La cosa peggiore di quando si diventa grandi è che con il passare del tempo le giornate finiscono con l’assomigliarsi un po’ tutte, così ti sembra di vivere sempre lo stesso giorno come in quel film della marmotta che poi è stato rifatto da questo e da quello. Comunque.
Anche oggi solita giornata di lavoro: corso apprendisti al mattino e corso d’informatica aziendale al pomeriggio. Anche a figa siamo sempre alla stessa storia: ragazza ventenne carina per cui sono troppo vecchio al mattino e donna 40enne attraente che ritengo troppo vecchia al pomeriggio. Alla fine della fiera l’unico brivido degno di nota me l’ha dato il tanga minimalista rosa della coordinatrice del corso che siccome non “baccaglia” da mesi è sempre vestita da “zana” (che non è un negozio concorrente di Zara). Un’occhiata non gliela nego per cortesia, ma è l’unica cosa che le concedo, perchè sull’ambiente di lavoro certe complicazioni è meglio evitarle che poi nascono dei casini, come quella volta che la docente di disegno tecnico mi ha fatto un “tiramisù” (solitamente, ma non in questo contesto, dessert al cucchiaio a base di savoiardi inzuppati nel caffè e crema di mascarpone) sulla scrivania del direttore del centro e poi è arrivata l’addetta alle pulizie e… beh ve la racconto un’altra volta, magari.
Alle 18 esco dall’ufficio e mi fermo al vicino supermercato Gulliver (personaggio di fantasia nato dalla penna di Jonathan Swift) a prendere il pane e un po’ di verdura che se mi dimentico poi a casa l’Ali mi cazzia che dice sempre che quando mi parla non l’ascolto. Così compro Nutella, pizza e birra, infilo tutto nella borsina, pago ed esco. Fuori dall’ingresso c’è un drogato del PEP (quartiere popolare di Piacenza) che sta armeggiando con la mia vespa 125 px. Appoggio la borsina, gli vado incontro e lo sorprendo da dietro strizzandogli forte i coglioni con la mano destra. Fischia adesso, gli dico. Non fischia, ma geme piegato a terra. Da dietro l’angolo sbuca un suo compare, è vestito da Rom ma io so che anche lui è un drogato del PEP, che mi si fa incontro con fare minaccioso e un coltello a serramanico bene in vista. Fingo di voler dialogare allargando le braccia dicendo che non ho niente contro di lui, poi appena è a tiro lo colpisco violentemente con il mio casco in fibra di carbonio che sulla sua testa fa TUMB. Lui barcolla per un attimo, ma nel frattempo il mio casco che non è Paganini (compositore italiano vissuto a cavallo tra il ‘700 e l’800) concede una replica. Li lascio entrambi doloranti a terra, raccolgo la mia borsina e verifico che il vasetto di Nutella da 500 grammi non si sia rotto. Per fortuna è tutto a posto, così do di pedale sulla vespa e riparto.
Non percorro nemmeno 300 metri che sono di nuovo fermo. Davanti alla rotonda della stazione c’è un casino che non si riesce ad andare avanti. Le macchine sono tutte ferme, qualcuno suona il clacson, ma la maggior parte delle persone è scesa dall’auto in mezzo alla strada e rimane attonita davanti ad un tizio che parla dal giardinetto sopra una cassa di legno con in mano una specie di megafono. “Figa, un’altra trovata di Reggi (sindaco di Piacenza eletto nell’anno 2002 e poi riconfermato nel giugno 2007, grande appassionato di rotonde) che vuol far diventare i Giardini Margherita come Hyde Park” penso tra me. Provo ad avvicinarmi sfilando con la mia vespetta tra le macchine e urtando specchietti. Dove di solito ci sono i bus e i taxi c’è tutta una schiera di ovoidi bianchi, il tizio che parla è verdognolo e al posto delle orecchie ha due appendici tipo antennine da lumaca. Provo a sentire quello che ha da dire. Ripete sempre la stessa solfa: si chiama Syd Barrett III ed è il subcomandante intergalattico del pianeta Megaton incaricato di conquistare il pianeta Terra. Metto la vespa sul cavalletto, mi avvicino a lui e gli strizzo le balle forte. Non fa una piega e mi guarda perplesso, in effetti chissà dove diavolo ce le ha le balle questo coso, sempre che ce le abbia poi, allora gli tiro una “stringa” (colpo violento ed improvviso) con il mio solido e fidato casco. Lui ci rimane malissimo ed inizia a piagnucolare, poi entra in uno di quegli ovoidi e se ne va seguito da tutti gli altri. Risalgo sulla vespa e parto. Sento qualcuno che applaude.
Finalmente arrivo a casa. Davanti al portone d’ingresso c’è una vecchia che abita nel palazzo di fronte al mio che singhiozzando mi chiede se ho visto il suo gattino Felipe. Se non ricordo male il suo “gattino” è un bestione nero di almeno 10/12 chili che di solito dorme sul marciapiedi vicino al bar nella speranza che qualcuno gli dia del cibo. Le dico che sono appena arrivato e non l’ho visto in giro, mi prega comunque di chiamarla nel caso lo vedessi. La rassicuro e m’infilo su per le scale. Quando sono al secondo piano, io abito al quarto, una porta si apre di colpo e due braccia mi afferrano e mi tirano dentro.
“Signora Pigazzini, anche oggi no, per favore, che ho avuto una giornataccia e sono stanco” provo a difendermi. “Ma no, ma no” mi fa lei a bassa voce “non è per me, si tratta di Giada, la nostra bambina”. “Non sta bene?” chiedo. “Eh, insomma, ha fatto i 18 da quasi un mese ormai ed è ancora illibata, io e il Carlo (marito della sig.ra Pigazzini) non sappiamo proprio più cosa fare con lei. Questa situazione è un vero disonore per la nostra famiglia, non so proprio da chi abbia preso, pensi che sia io che le mie tre sorelle a 13/14 anni l’avevamo già data via tutte”.
“Mi spiace, ma non vedo proprio…”. “Per favore” m’interrompe “ci pensi lei a “coprirla” che è così una brava persona, se non ci si aiuta tra buoni vicini…”. Mi prende per un braccio e mi dirige verso la cameretta della Giada. La guardo dubbioso “ma non so se…”. “Vada, vada, la sta aspettando”.
Entro, la Giada è un madonnone biondo con l’apparecchio in bocca che nonostante i 18anni appena compiuti parla e si veste come una dodicenne. E’ seduta davanti al computer sulla scrivania dove immagino faccia i compiti che nella vita no, ma a scuola l’hanno già guzzata due volte. Sul muro un poster di Marco Carta (cantante neomelodico italiano vincitore del talent Show “Amici”, nonchè del festival della canzone italiana di Sanremo edizione 2009). Mi viene voglia di farle del male. Si volta verso di me “il mio fiore lo può cogliere solamente chi mi amerà davvero” mi dice massacrando la consecutio. “Guarda che io ne ho meno voglia di te” mento “ma qualcosa dobbiamo inventarci che i tuoi ci tengono”.
“Potresti aprirmi dietro” mi dice lei continuando a chattare con il Messenger. “Scusa?”. “Il culo, potresti rompermi il culo” continua senza emozione nella voce “un po’ di sangue dovrebbe uscire anche da lì e poi diciamo ai miei che invece è uscito dalla cicciolina davanti”. Rompermi il culo, cicciolina davanti, l’educazione sessuale deve averla imparata da Caballero e Topolino. Comunque, il ragionamento non fa una piega e acconsento a portare a termine il piano senza riserve, anche perchè in questa configurazione non sono costretto a vederle quella specie di marchingegno in bocca che la fa sembrare un Hannibal Lecter con le tette. Sangue, però, non ne esce che mi sa tanto che non sono il primo ad entrare dalla porta secondaria della Giadona, così mentre lei si passa dei kleenex sul culo per rimuovere le tracce del mio passaggio, i miei “cookies” organici mi verrebbe da dire in una lezione sulla privacy della Rete, io mi soffio forte il naso tenendo chiuse le narici con le dita fino a provocarmi una piccola emoraggia.
La saluto ed esco dalla camera. I suoi genitori, nel frattempo è rientrato anche il marito della sig.ra Pigazzini, mi attendono trepidanti in soggiorno. Tutto ok, dico alzando il pollice e mostrando la mano purpurea. Mi abbracciano felici e festanti come se avessero trovato 50 euro per strada. Mi offrono di fermarmi a cena per ringraziarmi, ma gli spiego che l’Ali si era presa il pomeriggio libero per preparare una bella cenetta che da lì a pochi giorni sarebbe anche stato il nostro anniversario, magari un’altra volta.
Finalmente rientro in casa. L’Ali mi corre incontro e mi abbraccia affettuosa. “Uhm, che bel profumino, cos’hai cucinato di bello?”. “Coniglio, un bel coniglione con patate, come piace a te”. “Ma sai che un po’ me lo aspettavo che c’era il coniglio anche oggi” le dico sorridendo “e per il resto tutto bene?”. “Tutto bene e a te com’è andata la giornata?”. “Mah, cosa vuoi, le solite palle!”.

Ma qui c’è del rispetto… Io mi inchino con tanto di cappello e conchiglia (che non è riferito ad un crostaceo, ma allo strumento utilizzato in diverse discipline sportive per pararsi le palle)
Ciao! Mi son proprio divertito! Stammi bene!